la colazione pasquale, un ricordo salato


La Marchigiana dopo una serata a giocare a carte: ……. cosa avete deciso per la colazione pasquale? Venite da noi? non facciamo tardi, almeno alle otto e mezza poi usciamo a passeggiare  
La Sarda: (risata) avete bisogno di compagnia oppure dobbiamo pagare pegno per avervi battuto!
da te si usa la colazione pasquale?
 – no. Perchè cos’ha di particolare?
è un pasto salato e dolce insieme, io ho imparato questa tradizione da quando vivo a Roma, però se proprio devo mangiare il salame, non posso rinunciare al mio ciauscolo!!
una colazione con il salame? fa molto nord-europa, raccontami cosa si mangia
– niente …….

è questo niente che inserito all’inizio di un periodo, costruito secondo le regole grammaticali, è in antitesi con quanto segue:

– ……. prepari il caffè come tutte le mattine, invece dei biscotti metti la colomba e qualcosina salata, qui usano la coratella coi carciofi, il salame corallina, pane, uova sode, naturalmente l’uovo di cioccolata e la cioccolata da bere
– naturalmente …….

La mattina alle otto e mezza, con lo stomaco chiuso e la voglia di un buon caffè mi trovo davanti alla tavola apparecchiata come fosse il pranzo di Natale! Che meraviglia!

Per un istante ho ricordato la prima volta che mi è stato offerto un pasto salato prima delle dieci del mattino: era il 1982, una mattina di fine febbraio e mi trovavo nella casa dei nonni paterni, mio babbo aveva fatto l’ultima uscita e non aveva avuto il tempo di metterci al corrente dei nostri beni, cosa che avrebbero fatto i cugini indicandoci quale albero di ciliegie e di castagno erano la nostra eredità.
Anche quella mattina lo stomaco era stretto come la gola, a stringerli non era un nodo, ma parole che non erano state dette ne deglutite.
Le gambe e le braccia di piombo, gli occhi stanchi come i capelli, le unghie e le orecchie.
Odore di legna umida e di camini accesi per le stradine del paese silenzioso…io non li assorbivo, ricordavo solo il profumo della brillantina nei capelli di mio padre e l’elicriso che profumava la sua stanza.
Un suono che ancora mi sembra di sentire: il suo sbadiglio.
La via in discesa, una curva stretta, la piazzetta e poi gira destra, la casa di mio cugino.
– vi aspettavo prima ……. ero in pensiero ……. avete mangiato qualcosa? dai su, sedetevi, se vi accontentate ci arrangiamo con quello che c’è in casa, oggi non siamo usciti ancora a far la spesa.
Dopo gli abbracci eccoci in quelle piccole sedie impagliate vicino al camino. Non scalda. Silenzio.
I passi di mia cugina che silenziosa porta a tavola un tagliere e del pane, il marito con s’rresòjas con lama in damasco prepara le fette, anche mio babbo ha il suo pattada. Aveva.
Guardo il fuoco, non scalda. E lei fa su e giù dalla cucina e mette in tavola, ma cosa porta? io non ho fame!!
– e sedetevi a tavola che state più comodi.
Mi giro, mi sollevo, cerco di sorridere per ringraziare e guardo la tavola. Senza accorgermi inizio a parlare e assaggiare il pecorino, poi una fetta di salsiccia e un sorso di vino rosso, per nascondere il sapore salato delle lacrime, più salate del formaggio.  Non era una festa.

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. . . . . . .  segue

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